Non so se la storia è nota o meno, ma è accaduto, accadeva, e forse accade ancora, che alle prigioniere della dittatura (argentina) che fossero incinte, venissero sottratti i figli appena dopo il parto, prima di ucciderle.
La storia di Hijos è questa: una madre che partorisce nel 1977 e che poi viene prelevata da due soldati; due bambini dentro di lei, il secondo (anzi, la seconda) viene salvata dalle mani dei Generali grazie alla complicità dell’ostetrica che deve consegnare il primo nato ai militari.
Dopo più di 20 anni Maria, la bimba, va in Italia a cercare il fratello, rubato dall’aguzzino della madre.
Parte da qui Marco Bechis e dipana la storia di Javier, travolto dalla notizia sulla incertezza delle sue origini, e delle sue reazioni alla certezza sempre maggiore della sua vera identità. Il film è lento al punto giusto, violento senza essere esplicito quando si tratta della dittatura, e apertamente sordido quando descrive i genitori “adottivi”.
Hijos – 2001
Regia: Marco Bechis
Cast: Carlos Echevarría, Julia Sarano, Stefania Sandrelli
Min: 92
Il bene e il male si confondono in questo lungometraggio spagnolo.
Penelope Cruz è un angelo cattivo che cerca di dannare l'anima di un pugile, la stessa anima che Victoria Abril, angelo buono, vuole salvare. Le due si troveranno improvvisamente dalla stessa parte senza neanche rendersi conto che i loro principi contrari si stanno miscelando.
Gael Garcia Bernal, protagonista del mediocre I Diari della motocicletta, ma del bellissimo Amores Perros, è qui l'Amministratore Delegato dell'Inferno, mentre la splendida Fanny Ardant svolge il ruolo corrispondente in Paradiso.
Un film strano, che talvolta prende e altre forse un po' annoia, con la Cruz che fa il "maschiaccio" in maniera esemplare...
Sin noticias de Dios - 2002 Regia: Augustin Diaz Yanes Cast: Penelope Cruz, Victoria Abril, Fanny Ardant, Gael Garcia Bernal Min: 108
In motorino, io proprio adoro andare in giro in motorino per Milano… cosa ci posso fare, sono una persona dalle semplici soddisfazioni… in motorino sono andata fino a Corso Vittorio Emanuele per vedere La mala educación…
Non ho molta voglia di spendere parole… direi che il film mi è piaciuto, i titoli di testa sono davvero belli, l’ambientazione anche, alcuni personaggi cesellati bene, altri un po’ troppo superficiali, la trama interessante e affatto noiosa.
Un Almodóvar che torna ai vecchi tempi, ai film meno morali e più provocatori, alle tematiche della paranoia, della malattia, della schiavitù a qualunque tipo di droga, morale o fisica.
L’ho detto e ripetuto: non ho smesso di piangere per più di 2 dei 125 minuti di questo lungometraggio di Amenábar. Javier Bardem ha vinto la Coppa Volpi a Venezia come miglior attore protagonista… e a ragione: non posso raccontare le peripezie che riesce a fare nell’arco della narrazione, ma è davvero emozionante vederlo steso a letto e contemporaneamente volare sulle montagne e il mare della Galizia.
La trama è nota: Ramon è paraplegico da 27 anni e vuole morire. Sembra un uomo sereno, deciso, ed è difficile mettere in discussione questa sua decisione. Per ottenere l’eutanasia “legale” si fa aiutare da un avvocato, una donna.
Nella sua vita appaiono altre figure: il fratello, la cognata che si occupa di lui, il nipote, Rosa, una donna piena di problemi che decide di ridargli la voglia di vivere.
A differenza de Le chiavi di casa anche se fa piangere non è affatto un film piagnone, ma una storia compatta e coerente, toccante e negativa come fredda e positiva. La fotografia è eccezionale.
Amenabar, oltre al noto The Others, ha realizzato uno dei più bizzarri e sorprendenti film che abbia visto negli ultimi anni: Apri gli occhi****.
È la frase che i due amanti si dicono a letto, durante il sesso, ti do le mie labbra, ti do le mie gambe, ti do i miei capelli, ti do la mia pelle, ti do i miei occhi. E proprio i suoi occhi Pilar vorrebbe dare a suo marito Antonio, perché lui sia in grado di vedere se stesso con gli occhi della moglie, gli occhi della paura, quel terrore che fa uscire di casa in piena notte, con il bambino appresso, in pantofole, e scappare a rifugiarsi in casa della giovane sorella.
La storia di Pilar e Antonio, della loro incomunicabilità, della loro passione, del loro amore. E quella della giovane sorella, Ana, che pretende di spiegare la vita a tutti, come se il nostro fosse un mondo perfetto, e della loro madre, vittima, lei prima di tutte, delle angherie di un marito egoista e violento.
Sono stata al cinema con Michele che, uomo, ha subito sostenuto che si tratta di un film maschile, in cui il protagonista è lui, Antonio, con le sue difficoltà ad uscire dalla rabbia, dagli eccessi, con il suo amore profondo e marcio, con la sua malata gelosia, con i suoi tentativi di venirne fuori con la psicoterapia.
Invece, secondo me, è un film femminile, il film di Pilar, che sta a casa ad aspettare che il marito le dica una parole di più, e più dolce, che prende la sua vita in mano e ricomincia a lavorare, che si appassiona dei quadri di El Greco, che impara a spiegare le emozioni di un dipinto. Pilar, con i suoi occhi profondi e spaventati, e la sua sensualità appena velata. Pilar e la sua scelta finale.
Bello, forte, senza mezze misure.
Mirabile la sequenza del vestito da sposa.
"Il mio corpo. Il suo. La pelle ha finalmente riavuto ciò che la mente aveva deciso di toglierle. Di nuovo la sua bocca, i suoi occhi, le sue mani. Le sue mani"
Ti do i miei occhi -2003
Regia: Iciar Bollain
Cast: Laia Marul, Luis Tosar, Candela Peña, Rosa Maria Sarda