Ohi, L. mi ha detto vacci, un gran bel film, la musica ti prende un mucchio, bello.
L. è una persona sensibile, quasi sempre i nostri gusti cinematografici coincidono. Per cui mi sono armata di pazienza, ho ignorato il fatto che la regia fosse di Pupi Avati, e sono andata...
Ma non mi sono divertita.
Anzi, non è che il film sia palloso, che non si veda l’ora di arrivare alla fine, che innervosisca... semplicemente è vuoto, non dice nulla, nulla di nulla. Non ci ho trovato neanche un contenuto ben approfondito... Gelosia: accennata; Invidia: accennata; Amore: accennato; Sesso: accennato anche senza motivo; Musica: accennata; Bologna: accennata; etc ect.
Attori bravi non se ne vedono: la bella Vittoria Puccino fa solo una parte fredda e senza passione e, come se non bastasse, Avati le fa dei gran primi piani del fondoschiena; il trombettista Claudio Santamaria e il sassofonista Paolo Briguglia non hanno spessore e il primo ha sempre una espressione stupita e ammiccante che è quasi fastidiosa. Per carità, il film è ben girato, gli attori son ben diretti, la fotografia è ben fatta... tutto a posto, ma senza cuore.
Ma quando arrivano le ragazze? - 2004
Regia: Pupi Avati
Cast:Vittoria Puccino, Claudio Santamaria, Paolo Briguglia
Min: 146
Padre Puglisi, una storia vecchia, del 1993... alcuni della mia età neanche la ricordano... io invece ricordo un'immagine del TIGGI con un cadavere steso a terra, di schiena, vestito da prete... chissà se era lui...
Roberto Faenza è un regista che non amo, Marianna Ucría è un film fatto troppo male per potersi ricredere alle prove di regia successive, ma mi sono goduta il suo Alla luce del sole in maniera totalmente istintiva.
Elisa poi mi ha fatto ripensare ad alcune mancanze tecniche e narrative, ad alcune leggerezze e ai molti luoghi comuni... ma per me l'importante è che lì per lì, durante la visione, non me ne sia accorta...
Quindi ho pianto, ho riso, mi sono preoccupata e indignata, mentre mi sfuggivano le facce da oche delle suorine che non parlano, le strette di mano da soap opera, gli stereotipi dei "brutti ceffi"...
Ma il film è prima di tutto una denuncia, si dice che abbia dovuto fare in fretta a girarlo, Faenza, forse per mancanza di fondi, forse per altri impegni, in ogni modo questo film lo ha voluto fare, proprio voluto, e alla fine se molta gente è andata a vederlo e non si è accorta delle mancanze va bene...
Il cinema per me non deve essere affatto "impegno" prima di tutto, ma ogni tanto, su alcuni argomenti, non guasta, soprattutto se poi, oltre al messaggio, si gode anche della rappresentazione!
Insomma, un film da vedere.
Alla luce del sole - 2004 Regia: Roberto Faenza Cast: Luca Zingaretti, Alessia Goria, Corrado Fortuna
Min: 100
Le conseguenze dell’amore... venerdì sera, ore 23... Monchshof in bottiglia... saltata la cena per prendere la bici e, nonostante la caviglia faccia un male cane, arrivare all’Eliseo... due ore passate con il piede in testa a quello che stava nella fila davanti... strani verso gutturali da una stazione che non sono sicura essere Radio Popolare... il cliché del milanese... con un paio di cellulari sul tavolo della cucina, ché son qui col portatile per non fumare in camera.
Le conseguenze dell’amore è già un gran bel titolo, ma il film è meglio.
Il protagonista, Titta Di Girolamo, vive da otto anni recluso in un lussuoso e retrò albergo in Svizzera. Insonnia, eroina, noia, poche parole e alcune ambiguità. La sua vita è ferma nella melma tranne un paio di volte alla settimana, quando si trova una valigia in camera, che deve trasportare in un altro luogo, o quando, una volta la settimana, con metodica e accanita ricorsività, infila un ago nel proprio braccio. A fare da barriera fra lui e il resto del mondo,le sue sigarette e una splendida e “modiglianesca”barmate, tutto il resto sta fuori: la moglie e i tre figli grandi, il fratello chiacchierone e ancora ragazzetto, nonostante i 40 anni, una coppia di anziani clienti dell’albergo, il direttore dello stesso.
Il lago, la svizzera, l’inverno, l’umido, le atmosfere vellutate dell’albergo, i colori, alcuni movimenti di macchina forse non innovativi ma certamente affascinanti... tutto partecipa a coinvolgere lo spettatore e a lasciare che i suoi occhi e le sue orecchie viaggino libere fra lo schermo e se stesso.
Alcune ironie che all’inizio del film sembrano “stonare”, ma che danno un ritmo alla narrazione per tutta la durata della pellicola e alcune figure marginali accennate alla perfezione, come la cameriera d’albergo e le sue malinconie.
Le musiche sottolineano i momenti di inattività allo stesso modo in cui enfatizzano le sequenze di azioni sincopate.
Al solito Anteo davano il solito film con Lo Cascio… che poi a me piace, ché nei I 100 passi mi ha fatto piangere.
Una storia d’amore, semplice, dal trailer si capiva anche, ma era interessante l’idea del meta-cinema… un film sulla realizzazione di un film… i personaggi duplici e paralleli degli attori.
Ma Piccioni ad un certo punto diventa schiavo delle similitudini... e la trama si semplifica… fin troppo.
Due attori che si incontrano sul set e la loro difficoltà di avere una storia, le singole caratterizzazioni dei personaggi sono molto interessanti, facile riconoscersi in lui o in lei, ma senza arrivare a stereotipi banali… solo che l'intreccio proprio non regge… e il finale è veramente da incubo.
Piccioni è il regista di Luce dei miei occhi e Fuori dal mondo…. Ma qui semplifica fin troppo le tematiche a lui care.
La vita che vorrei – 2004
Regia: Giuseppe Piccioni
Cast: Sandra Ceccarelli, Luigi Lo Cascio, Galatea Ranzi, Roberto Citran
Un film brutto. In genere io un lato positivo lo trovo sempre: i contenuti di questo film sono molto interessanti, anche se, forse, scarsi. Il film è Piazza delle cinque Lune. Il caso Moro. Già la locandina non prometteva niente di buono, con Il Thriller come sottotitolo e un rivoletto di sangue che attraversa l’immagine principale. Ma io credevo fosse una scelta poco azzeccata. Invece tutto il lungometraggio è poco azzeccato: una regia “alla americana”, dialoghi a dir poco ridicoli soprattutto fra la povera Stefania Rocca e suo marito, situazioni inverosimili e chicche, come i bimbi che cantano “Nella vecchia fattoria” in auto facendo coro col papà. Non solo, una paranoica ripetizione di situazioni simboliche che davvero snerva e una fine da telenovela argentina. Gli interpreti sono davvero sprecati dal copione: un Giancarlo Giannini sacrificato in un ruolo inquietante, costretto a fare espressioni molto significative… di niente, una Stefania Rocca stereotipata nel ruolo del giudice rampante, un Donald Sutherland che forse è l’unico a riuscire ad emergere nonostante gli stupidi dialoghi e le situazioni paradossali.
Insomma, i documenti originali citati, i filmati, gli atti, la ricerca di una verità parallela – ma non troppo - sono assai interessanti, ma avrebbero dovuto occupare maggior parte del film, non solo il ruolo marginale che hanno ricoperto.
Piazza delle cinque lune - 2003
Regia: Renzo Martinelli
Cast: Giancarlo Giannini, Stefania Rocca, Donald Shuterland
Min: 115
La cronaca della fuga di Pasolini dal Friuli a seguito di uno scandalo causato da sue relazioni erotico-letterarie con dei minorenni. Lo spunto è per Pasolini L'immoralista di André Gide, che lui vuole trasformare in Il moralista, esaltando la parte vitale delle relazioni con ragazzi e ragazze, come nella cultura greco-romana, vedendo nella gioia l'unica strada morale per la vita.
Il film è bello, con una colonna sonora splendida (nei titoli di testa e di coda la canzone La terza Luna, un capolavoro), e delicato, un po' manierista e non rigoroso, ma alcune scene sono perfette, come l'incontro di Pasolini con gli amici che gli comunicano della sua espulsione dal partito comunista, o la relazione con la madre, mai sfacciatamente edipica, ma assolutamente anomala.
Un mondo d'amore - 2003
Regia: Aurelio Grimaldi
Cast: Arturo Paglia, Guia Jelo Min: 86
Mi rendo conto che su alcuni film si è detto così tanto che non vale più la pena di spendere fiato, ma io scrivo: è diverso.
Che poi il fatto è che l’ho visto, per la prima volta, in sala.
Rassegna del cinema Anteo, il più bello di Milano, sala 100. Circondata da “sciure” politically correct e matricole solo politically.
Tutti ridevano, io non ho riso un gran ché, se si eccettua, a tratti, un riso amaro che mi incupiva il viso.
Un film tutto politica e fotografia: le parole a farne il ricamo.
Quegli stabilimenti termali sono la perfetta fusione di fascismo e decadenza, comunismo e decadenza. Contrasti.
Moretti è un matto, ma la sua “discussione” con Pasolini ha dell’incredibile anche per lui.
Le considerazioni che Michele (Moretti) fa sull'uso delle parole, sono fulminanti: Moretti diventa violento, picchia la giornalista che usa parole "sciupandone" la forma e il contenuto.
E i cartelloni pubblicitari di dolciumi che galleggiano nella piscina, intorno ai quali lui e la sua squadra nuotano, sono una delle cose più simpatiche che abbia visto al cinema ultimamente.
Mi sono divertita, e molto, senza alcuna risata, però.
Dunque, su questa edizione del festival di Venezia preferisco partire con qualcosa che mi è piaciuto davvero poco, per giungere, spero, a vedere il film del Leone d'oro in ultimo...
Kim Rossi Stuart io non l'ho ma visto recitare, figuriamoci se l'ho visto recitare bene, ma di fianco a Charlotte Rampling fa veramente la figura del fesso. Mi sono annoiata e innervosita: il film non pare avere una sceneggiatiura definita, né un messaggio da dare. E' a tratti molto lento e piagnone.
Ma la cosa che mi ha fatto davvero innervosire è il fatto che per un filmetto così si aspettassero un premio...
Il trailer parla di un viaggio, ma quale viaggio????? Neanche la tematica del viaggio è davvero esplorata, per non parlare del rapporto fra padre e figlio, appena abbozzato, e della tragedia che subisce il padre, usata solo come pretesto per due lacrime in più.
Andrea Rossi, il ragazzino, è speciale, ma il film si basa solo su questo. Sembra un bel montaggio di scene girate a caso intorno a lui.
Le chiavi di casa - 2004
Regia: Gianni Amelio
Cast: Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling, Andrea Rossi, Alla Faerovich
Min: 105
Valeria Bruni Tedeschi alla regia crea un lungometraggio singolare, diviso fra l’ironico e il tragico. Il tema è quello, probabilmente scontato, delle differenze di classe, e del tormento di Federica, interpretata dalla regista stessa, per la sua troppa ricchezza. Un senso di colpa che la porta a confessare ad un prete il suo stato sociale come un peccato, e che la tiene vicina ad un uomo di estrazione proletaria che acuisce il suo disagio.
La famiglia di Federica è una caricatura: il padre, Roberto Herlitzka, grande interprete di Marianna Ucria, è forte e malato; la sorella, una isterica Chiara Mastroianni, è il punto debole della catena, la psicotica; la madre, Marysa Borini, è fredda e materialista; e il fratello è semplicemente un bambino di 40, viziato. In tutto ciò niente di nuovo, ma la sceneggiatura sviluppa dei dialoghi davvero interessanti e analizza la psicologia di Federica in maniera dettagliata; alcune sequenze sono davvero forti [penso al colloquio di Federica con sua madre, quando la figlia si alza dal divano, sporcato di sangue, e la madre la sgrida].
Non un capolavoro, ma una interessante opera prima.
Un abbozzo di metacinema, con flash su corti di Buster Keaton e altri pezzi da museo, che ci riportano alla Torino d’inizio secolo, alle manifestazioni patriottiche del 1911, all’amore come fiamma di passione che si spegne immediatamente. Tutto ciò con stralci di pellicole originali e l’accompagnamento del perfetto Silvio Orlando come voce narrante.
Non amo il narratore fuori campo, normalmente è la toppa alla pecca del regista di non riuscire a far “significare” le immagini e la sceneggiatura… ma in questo racconto è un omaggio alle origini del cinema, una sottolineatura della storia della settima arte.
Martino [Giorgio Pasotti] è perfettamente silente: è stato capace di rendere lo stupore e la fatica di agire di questo dolcissimo custode del Museo del Cinema di Torino, sito dentro la Mole Antonelliana. La sua vita, ispirata al Maestro Buster Keaton, è punteggiata da routine ed emozioni fortissime che si alternano e lo lasciano scombussolato.
Un film dolce, tenero, delicato, certo non un capolavoro ma un omaggio al cinema e alla capacità di far sognare.
Dopo Mezzanotte - 2003
Regia: Davide Ferrario
Cast: Francesca Inaudi, Giorgio Pasotti, Francesca Picozza, Fabio Troiano