Non so se la storia è nota o meno, ma è accaduto, accadeva, e forse accade ancora, che alle prigioniere della dittatura (argentina) che fossero incinte, venissero sottratti i figli appena dopo il parto, prima di ucciderle.
La storia di Hijos è questa: una madre che partorisce nel 1977 e che poi viene prelevata da due soldati; due bambini dentro di lei, il secondo (anzi, la seconda) viene salvata dalle mani dei Generali grazie alla complicità dell’ostetrica che deve consegnare il primo nato ai militari.
Dopo più di 20 anni Maria, la bimba, va in Italia a cercare il fratello, rubato dall’aguzzino della madre.
Parte da qui Marco Bechis e dipana la storia di Javier, travolto dalla notizia sulla incertezza delle sue origini, e delle sue reazioni alla certezza sempre maggiore della sua vera identità. Il film è lento al punto giusto, violento senza essere esplicito quando si tratta della dittatura, e apertamente sordido quando descrive i genitori “adottivi”.
Hijos – 2001
Regia: Marco Bechis
Cast: Carlos Echevarría, Julia Sarano, Stefania Sandrelli
Min: 92
Ohi, L. mi ha detto vacci, un gran bel film, la musica ti prende un mucchio, bello.
L. è una persona sensibile, quasi sempre i nostri gusti cinematografici coincidono. Per cui mi sono armata di pazienza, ho ignorato il fatto che la regia fosse di Pupi Avati, e sono andata...
Ma non mi sono divertita.
Anzi, non è che il film sia palloso, che non si veda l’ora di arrivare alla fine, che innervosisca... semplicemente è vuoto, non dice nulla, nulla di nulla. Non ci ho trovato neanche un contenuto ben approfondito... Gelosia: accennata; Invidia: accennata; Amore: accennato; Sesso: accennato anche senza motivo; Musica: accennata; Bologna: accennata; etc ect.
Attori bravi non se ne vedono: la bella Vittoria Puccino fa solo una parte fredda e senza passione e, come se non bastasse, Avati le fa dei gran primi piani del fondoschiena; il trombettista Claudio Santamaria e il sassofonista Paolo Briguglia non hanno spessore e il primo ha sempre una espressione stupita e ammiccante che è quasi fastidiosa. Per carità, il film è ben girato, gli attori son ben diretti, la fotografia è ben fatta... tutto a posto, ma senza cuore.
Ma quando arrivano le ragazze? - 2004
Regia: Pupi Avati
Cast:Vittoria Puccino, Claudio Santamaria, Paolo Briguglia
Min: 146
Padre Puglisi, una storia vecchia, del 1993... alcuni della mia età neanche la ricordano... io invece ricordo un'immagine del TIGGI con un cadavere steso a terra, di schiena, vestito da prete... chissà se era lui...
Roberto Faenza è un regista che non amo, Marianna Ucría è un film fatto troppo male per potersi ricredere alle prove di regia successive, ma mi sono goduta il suo Alla luce del sole in maniera totalmente istintiva.
Elisa poi mi ha fatto ripensare ad alcune mancanze tecniche e narrative, ad alcune leggerezze e ai molti luoghi comuni... ma per me l'importante è che lì per lì, durante la visione, non me ne sia accorta...
Quindi ho pianto, ho riso, mi sono preoccupata e indignata, mentre mi sfuggivano le facce da oche delle suorine che non parlano, le strette di mano da soap opera, gli stereotipi dei "brutti ceffi"...
Ma il film è prima di tutto una denuncia, si dice che abbia dovuto fare in fretta a girarlo, Faenza, forse per mancanza di fondi, forse per altri impegni, in ogni modo questo film lo ha voluto fare, proprio voluto, e alla fine se molta gente è andata a vederlo e non si è accorta delle mancanze va bene...
Il cinema per me non deve essere affatto "impegno" prima di tutto, ma ogni tanto, su alcuni argomenti, non guasta, soprattutto se poi, oltre al messaggio, si gode anche della rappresentazione!
Insomma, un film da vedere.
Alla luce del sole - 2004 Regia: Roberto Faenza Cast: Luca Zingaretti, Alessia Goria, Corrado Fortuna
Min: 100
Il bene e il male si confondono in questo lungometraggio spagnolo.
Penelope Cruz è un angelo cattivo che cerca di dannare l'anima di un pugile, la stessa anima che Victoria Abril, angelo buono, vuole salvare. Le due si troveranno improvvisamente dalla stessa parte senza neanche rendersi conto che i loro principi contrari si stanno miscelando.
Gael Garcia Bernal, protagonista del mediocre I Diari della motocicletta, ma del bellissimo Amores Perros, è qui l'Amministratore Delegato dell'Inferno, mentre la splendida Fanny Ardant svolge il ruolo corrispondente in Paradiso.
Un film strano, che talvolta prende e altre forse un po' annoia, con la Cruz che fa il "maschiaccio" in maniera esemplare...
Sin noticias de Dios - 2002 Regia: Augustin Diaz Yanes Cast: Penelope Cruz, Victoria Abril, Fanny Ardant, Gael Garcia Bernal Min: 108
Ken Loach a me non è che poi stia sempre simpaticissimo, cioè, Terrà e Libertà mi ha fatto piangere, Riff Raff mi ha fatto incazzare, ma alle volte la sua retorica da classe operaia la trovo un po’ inutile e ridondante…
In Un bacio appassionato affronta un problema nuovo: i rapporti d’amore fra credenti in due religioni differenti e con riti e culture completamente differenti.
Come conciliare le esigenze della famiglia pakistana di Lui, che lo ha promesso in sposo ad una giovane ed avvenente pakistana indigena, e quelle di Lei, bella e libera insegnante di musica in un Liceo cattolico? Difficile, inimmaginalmente difficile. E molto interessante
Ma poi Loach si perde un po’ in scenette di amore e gelosia, e rappresenta senza remore il cliché del pakistano immigrato.
Manca di qualcosa questo film, ma comunque la visione è stata assai godibile.
Ae Fond Kiss – 2004 Regia: Ken Loach Cast: Atta Yaqub, Eva Birthistle Min: 104
Titoli di coda… io guardo Roby, Roby guarda me… “quindi?”. No, non mi ha appassionato l’ultimo film di Leconte, neanche un po’. Una delle poche note positive però è che il trailer in realtà non svela quasi nulla dell’intreccio.
William è un consulente fiscale, Anna entra nel suo studio pensando che lui sia uno psicoterapeuta e poi, svelato il fraintendimento, continua ad usarlo come confidente. Si instaura una “relazione” fra i due in cui lei si svela palesemente e lui, lentamente, viene svelato dai suoi comportamenti, dalle sue reazioni e azioni. Leconte cerca forse di scandalizzare un po’, cerca di affrontare il tema del sesso e del voyeurismo… ma in maniera piuttosto superficiale e non solo non raccontando nulla di nuovo, ma neanche in modo nuovo.
Molto bravo Fabrice Luchini: William!
Il regista ci aveva meglio impressionato con L’uomo del treno e Il marito della parrucchiera, con Tandem e La ragazza sul ponte, ma non con questo Confidenze troppo intime (anche il titolo è terribile: in originale Confidences trop intimes).
Solo una parola, domani ne scriverò meglio. Ho avuto paura tornando dal cinema dopo La sposa turca, paura di tutto quello che mi circondava... ma poi ci ho pensato, era di me che avevo paura... della mia capacità di farmi del male.
Gegen die Wand - 2004 Regia: Fatih Akin
Cast: Sibel Kekinni, Guven Kyrac
Minuti: 123
Mi ha fatto sorridere e anche un po’ commuovere questo bel Così fan tutti, di Agnès Jaoui. Mi ha fatto sentire sciocchina e adolescente, e questo in un film mi piace molto. Il gusto degli altri, precedente pellicola della stessa regista, lo ricordo appena, anche se la sensazione è che fosse qualcosa di simile a un film di Kaurismaki, ma con un chè di francese. Beh, questo bel lungometraggio non ha il tocco surreale del regista finlandese, ma una concretezza “sognata” che tiene inchiodati allo schermo.
La storia è quella di Lolita, figlia di un noto scrittore, che non trova una strada su cui far svolgere la sua vita, che vive all’ombra del padre e della sua giovane moglie, che si sente - e talvolta è - usata dagli amici per il fatto di essere figlia di un personaggio famoso. Lolita è certamente una ragazza in difficoltà innanzitutto con se stessa e poi con un padre egocentrico e vittimista. Ma è proprio dal padre che lei prende molti tratti del suo carattere, gli stessi che non le consentono di vivere serenamente.
Si intreccia alla sua vicenda quella di Sylvia (interpretata dalla regista stessa), la maestra di canto di Lolita, e di suo marito, giovane e insicuro scrittore.
Ci sono alcune scene davvero ben fatte: quasi alla fine Sylvia si siede sul letto di fianco a suo marito, e quel semplice gesto dice moltissime cose di lei e del suo rapporto con consorte… allo stesso modo alcuni dialoghi e alcune finezze di regia comunicano un significato espanso rispetto alla forma.
Nella trama non c’è nulla di nuovo, ma lo svolgimento è davvero accurato e toccante.
Brava la giovane Marilou Berry e splendida la Agnès Jaoui in versione attrice.
Il momento di massima immedesimazione è stato quando lui dice a lei "come sei faticosa".
In motorino, io proprio adoro andare in giro in motorino per Milano… cosa ci posso fare, sono una persona dalle semplici soddisfazioni… in motorino sono andata fino a Corso Vittorio Emanuele per vedere La mala educación…
Non ho molta voglia di spendere parole… direi che il film mi è piaciuto, i titoli di testa sono davvero belli, l’ambientazione anche, alcuni personaggi cesellati bene, altri un po’ troppo superficiali, la trama interessante e affatto noiosa.
Un Almodóvar che torna ai vecchi tempi, ai film meno morali e più provocatori, alle tematiche della paranoia, della malattia, della schiavitù a qualunque tipo di droga, morale o fisica.
Le conseguenze dell’amore... venerdì sera, ore 23... Monchshof in bottiglia... saltata la cena per prendere la bici e, nonostante la caviglia faccia un male cane, arrivare all’Eliseo... due ore passate con il piede in testa a quello che stava nella fila davanti... strani verso gutturali da una stazione che non sono sicura essere Radio Popolare... il cliché del milanese... con un paio di cellulari sul tavolo della cucina, ché son qui col portatile per non fumare in camera.
Le conseguenze dell’amore è già un gran bel titolo, ma il film è meglio.
Il protagonista, Titta Di Girolamo, vive da otto anni recluso in un lussuoso e retrò albergo in Svizzera. Insonnia, eroina, noia, poche parole e alcune ambiguità. La sua vita è ferma nella melma tranne un paio di volte alla settimana, quando si trova una valigia in camera, che deve trasportare in un altro luogo, o quando, una volta la settimana, con metodica e accanita ricorsività, infila un ago nel proprio braccio. A fare da barriera fra lui e il resto del mondo,le sue sigarette e una splendida e “modiglianesca”barmate, tutto il resto sta fuori: la moglie e i tre figli grandi, il fratello chiacchierone e ancora ragazzetto, nonostante i 40 anni, una coppia di anziani clienti dell’albergo, il direttore dello stesso.
Il lago, la svizzera, l’inverno, l’umido, le atmosfere vellutate dell’albergo, i colori, alcuni movimenti di macchina forse non innovativi ma certamente affascinanti... tutto partecipa a coinvolgere lo spettatore e a lasciare che i suoi occhi e le sue orecchie viaggino libere fra lo schermo e se stesso.
Alcune ironie che all’inizio del film sembrano “stonare”, ma che danno un ritmo alla narrazione per tutta la durata della pellicola e alcune figure marginali accennate alla perfezione, come la cameriera d’albergo e le sue malinconie.
Le musiche sottolineano i momenti di inattività allo stesso modo in cui enfatizzano le sequenze di azioni sincopate.
Al solito Anteo davano il solito film con Lo Cascio… che poi a me piace, ché nei I 100 passi mi ha fatto piangere.
Una storia d’amore, semplice, dal trailer si capiva anche, ma era interessante l’idea del meta-cinema… un film sulla realizzazione di un film… i personaggi duplici e paralleli degli attori.
Ma Piccioni ad un certo punto diventa schiavo delle similitudini... e la trama si semplifica… fin troppo.
Due attori che si incontrano sul set e la loro difficoltà di avere una storia, le singole caratterizzazioni dei personaggi sono molto interessanti, facile riconoscersi in lui o in lei, ma senza arrivare a stereotipi banali… solo che l'intreccio proprio non regge… e il finale è veramente da incubo.
Piccioni è il regista di Luce dei miei occhi e Fuori dal mondo…. Ma qui semplifica fin troppo le tematiche a lui care.
La vita che vorrei – 2004
Regia: Giuseppe Piccioni
Cast: Sandra Ceccarelli, Luigi Lo Cascio, Galatea Ranzi, Roberto Citran
“Poi il Gran Lombardo raccontò di sé [...] ma non gli pareva che fosse tutto lì, credersi un re quando montava a cavallo, e avrebbe voluto acquistare un’altra cognizione così disse, acquistare un’altra cognizione, e sentirsi diverso, con qualcosa di nuovo nell’anima, avrebbe dato tutto quello che possedeva, e il cavallo anche, le terre, pur di sentirsi più in pace con gli uomini come uno, così disse, come uno che non ha nulla da rimproverarsi. [...] - Credo che l’uomo sia maturo per altro, - disse – Non soltanto per non rubare, non uccidere, eccetera, e per essere buon cittadino... Credo che sia maturo per altro, per nuovi, per altri doveri. È questo che si sente, io credo, la mancanza di altri doveri, altre cose, da compiere... Cose da fare per la nostra coscienza in un senso nuovo.” Conversazione in Sicilia di Vittorini [il libro] Sicilia! Di Huillet e Straub [il lungometraggio]. Vittorini mi commuove, sempre, ma ascoltare di nuovo le sue parole davanti allo schermo della mia piccola televisione mi ha davvero toccato. Il film è scarno, semplice, duplice, esattamente come il libro, e ne segue quasi pedissequamente il percorso logico e i dialoghi. Sempre qualcosa sullamorale, come il dialogo con l’arrotino, in cui si affronta la questione della possibilità della lotta di liberazione dal mondo “offeso”. “L’uomo Ezechiele si mise a riepilogare: - Il mondo è grande ed è bello, ma è molto offeso. Tutti soffrono ognuno per se stesso, ma non soffrono per il mondo che è offeso e così il mondo continua ad essere offeso.” Cerco di scrivere altro, ma Vittorini ha già pensato a tutto. È difficile continuare a scrivere che ci vuole una forte spinta verso la comunità, e una sottovalutazione dei problemi individuali, sapendo che domani non sarà cambiato niente. Però qualcosa bisogna fare, perché non basta più sentirsi come un re a cavallo.
Sicilia! - 1999 Regia: Daniel Huillet, Jean-Marie Straub
Un film brutto. In genere io un lato positivo lo trovo sempre: i contenuti di questo film sono molto interessanti, anche se, forse, scarsi. Il film è Piazza delle cinque Lune. Il caso Moro. Già la locandina non prometteva niente di buono, con Il Thriller come sottotitolo e un rivoletto di sangue che attraversa l’immagine principale. Ma io credevo fosse una scelta poco azzeccata. Invece tutto il lungometraggio è poco azzeccato: una regia “alla americana”, dialoghi a dir poco ridicoli soprattutto fra la povera Stefania Rocca e suo marito, situazioni inverosimili e chicche, come i bimbi che cantano “Nella vecchia fattoria” in auto facendo coro col papà. Non solo, una paranoica ripetizione di situazioni simboliche che davvero snerva e una fine da telenovela argentina. Gli interpreti sono davvero sprecati dal copione: un Giancarlo Giannini sacrificato in un ruolo inquietante, costretto a fare espressioni molto significative… di niente, una Stefania Rocca stereotipata nel ruolo del giudice rampante, un Donald Sutherland che forse è l’unico a riuscire ad emergere nonostante gli stupidi dialoghi e le situazioni paradossali.
Insomma, i documenti originali citati, i filmati, gli atti, la ricerca di una verità parallela – ma non troppo - sono assai interessanti, ma avrebbero dovuto occupare maggior parte del film, non solo il ruolo marginale che hanno ricoperto.
Piazza delle cinque lune - 2003
Regia: Renzo Martinelli
Cast: Giancarlo Giannini, Stefania Rocca, Donald Shuterland
Min: 115
La cronaca della fuga di Pasolini dal Friuli a seguito di uno scandalo causato da sue relazioni erotico-letterarie con dei minorenni. Lo spunto è per Pasolini L'immoralista di André Gide, che lui vuole trasformare in Il moralista, esaltando la parte vitale delle relazioni con ragazzi e ragazze, come nella cultura greco-romana, vedendo nella gioia l'unica strada morale per la vita.
Il film è bello, con una colonna sonora splendida (nei titoli di testa e di coda la canzone La terza Luna, un capolavoro), e delicato, un po' manierista e non rigoroso, ma alcune scene sono perfette, come l'incontro di Pasolini con gli amici che gli comunicano della sua espulsione dal partito comunista, o la relazione con la madre, mai sfacciatamente edipica, ma assolutamente anomala.
Un mondo d'amore - 2003
Regia: Aurelio Grimaldi
Cast: Arturo Paglia, Guia Jelo Min: 86
L’ho detto e ripetuto: non ho smesso di piangere per più di 2 dei 125 minuti di questo lungometraggio di Amenábar. Javier Bardem ha vinto la Coppa Volpi a Venezia come miglior attore protagonista… e a ragione: non posso raccontare le peripezie che riesce a fare nell’arco della narrazione, ma è davvero emozionante vederlo steso a letto e contemporaneamente volare sulle montagne e il mare della Galizia.
La trama è nota: Ramon è paraplegico da 27 anni e vuole morire. Sembra un uomo sereno, deciso, ed è difficile mettere in discussione questa sua decisione. Per ottenere l’eutanasia “legale” si fa aiutare da un avvocato, una donna.
Nella sua vita appaiono altre figure: il fratello, la cognata che si occupa di lui, il nipote, Rosa, una donna piena di problemi che decide di ridargli la voglia di vivere.
A differenza de Le chiavi di casa anche se fa piangere non è affatto un film piagnone, ma una storia compatta e coerente, toccante e negativa come fredda e positiva. La fotografia è eccezionale.
Amenabar, oltre al noto The Others, ha realizzato uno dei più bizzarri e sorprendenti film che abbia visto negli ultimi anni: Apri gli occhi****.
Mi rendo conto che su alcuni film si è detto così tanto che non vale più la pena di spendere fiato, ma io scrivo: è diverso.
Che poi il fatto è che l’ho visto, per la prima volta, in sala.
Rassegna del cinema Anteo, il più bello di Milano, sala 100. Circondata da “sciure” politically correct e matricole solo politically.
Tutti ridevano, io non ho riso un gran ché, se si eccettua, a tratti, un riso amaro che mi incupiva il viso.
Un film tutto politica e fotografia: le parole a farne il ricamo.
Quegli stabilimenti termali sono la perfetta fusione di fascismo e decadenza, comunismo e decadenza. Contrasti.
Moretti è un matto, ma la sua “discussione” con Pasolini ha dell’incredibile anche per lui.
Le considerazioni che Michele (Moretti) fa sull'uso delle parole, sono fulminanti: Moretti diventa violento, picchia la giornalista che usa parole "sciupandone" la forma e il contenuto.
E i cartelloni pubblicitari di dolciumi che galleggiano nella piscina, intorno ai quali lui e la sua squadra nuotano, sono una delle cose più simpatiche che abbia visto al cinema ultimamente.
Mi sono divertita, e molto, senza alcuna risata, però.
Dunque, su questa edizione del festival di Venezia preferisco partire con qualcosa che mi è piaciuto davvero poco, per giungere, spero, a vedere il film del Leone d'oro in ultimo...
Kim Rossi Stuart io non l'ho ma visto recitare, figuriamoci se l'ho visto recitare bene, ma di fianco a Charlotte Rampling fa veramente la figura del fesso. Mi sono annoiata e innervosita: il film non pare avere una sceneggiatiura definita, né un messaggio da dare. E' a tratti molto lento e piagnone.
Ma la cosa che mi ha fatto davvero innervosire è il fatto che per un filmetto così si aspettassero un premio...
Il trailer parla di un viaggio, ma quale viaggio????? Neanche la tematica del viaggio è davvero esplorata, per non parlare del rapporto fra padre e figlio, appena abbozzato, e della tragedia che subisce il padre, usata solo come pretesto per due lacrime in più.
Andrea Rossi, il ragazzino, è speciale, ma il film si basa solo su questo. Sembra un bel montaggio di scene girate a caso intorno a lui.
Le chiavi di casa - 2004
Regia: Gianni Amelio
Cast: Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling, Andrea Rossi, Alla Faerovich
Min: 105
Valeria Bruni Tedeschi alla regia crea un lungometraggio singolare, diviso fra l’ironico e il tragico. Il tema è quello, probabilmente scontato, delle differenze di classe, e del tormento di Federica, interpretata dalla regista stessa, per la sua troppa ricchezza. Un senso di colpa che la porta a confessare ad un prete il suo stato sociale come un peccato, e che la tiene vicina ad un uomo di estrazione proletaria che acuisce il suo disagio.
La famiglia di Federica è una caricatura: il padre, Roberto Herlitzka, grande interprete di Marianna Ucria, è forte e malato; la sorella, una isterica Chiara Mastroianni, è il punto debole della catena, la psicotica; la madre, Marysa Borini, è fredda e materialista; e il fratello è semplicemente un bambino di 40, viziato. In tutto ciò niente di nuovo, ma la sceneggiatura sviluppa dei dialoghi davvero interessanti e analizza la psicologia di Federica in maniera dettagliata; alcune sequenze sono davvero forti [penso al colloquio di Federica con sua madre, quando la figlia si alza dal divano, sporcato di sangue, e la madre la sgrida].
Non un capolavoro, ma una interessante opera prima.
Bruno Ganz, giovanissimo, con in mano una delle cornici che sta preparando, anzi, ne tiene una metà in una mano e una in un’altra, e forma un rombo, in prospettiva, fra se e la cinepresa. Perfetto.
New York, Dennis Hopper e Nick Ray in uno studio di pittore.
Amburgo, una casa d’aste, un corniciaio e sua moglie, sempre Dennis Hopper che incrocia la usa vita a quella di Bruno Ganz e ad un misterioso francese.
I colori caldi degli anni ’70, una Amburgo quasi scheletrica, la New York immutabile, e poi la fredda Parigi.
Un film che è un thriller, con citazioni Hitchcockiane e Wellsiane, che però è anche indagine fredda e dolorosa della solitudine, della ricorsività delle fasi di maturazione dell’uomo, e della grande fatica che è muoversi nel mondo. Era qualche tempo che non mi divertivo così al cinema.
Der Amerikanische Freund - 1977 Regia: Wim Wenders
Cast: Dennis Hopper, Bruno Ganz, Nicholas Ray, Lisa Kreuzer
È la frase che i due amanti si dicono a letto, durante il sesso, ti do le mie labbra, ti do le mie gambe, ti do i miei capelli, ti do la mia pelle, ti do i miei occhi. E proprio i suoi occhi Pilar vorrebbe dare a suo marito Antonio, perché lui sia in grado di vedere se stesso con gli occhi della moglie, gli occhi della paura, quel terrore che fa uscire di casa in piena notte, con il bambino appresso, in pantofole, e scappare a rifugiarsi in casa della giovane sorella.
La storia di Pilar e Antonio, della loro incomunicabilità, della loro passione, del loro amore. E quella della giovane sorella, Ana, che pretende di spiegare la vita a tutti, come se il nostro fosse un mondo perfetto, e della loro madre, vittima, lei prima di tutte, delle angherie di un marito egoista e violento.
Sono stata al cinema con Michele che, uomo, ha subito sostenuto che si tratta di un film maschile, in cui il protagonista è lui, Antonio, con le sue difficoltà ad uscire dalla rabbia, dagli eccessi, con il suo amore profondo e marcio, con la sua malata gelosia, con i suoi tentativi di venirne fuori con la psicoterapia.
Invece, secondo me, è un film femminile, il film di Pilar, che sta a casa ad aspettare che il marito le dica una parole di più, e più dolce, che prende la sua vita in mano e ricomincia a lavorare, che si appassiona dei quadri di El Greco, che impara a spiegare le emozioni di un dipinto. Pilar, con i suoi occhi profondi e spaventati, e la sua sensualità appena velata. Pilar e la sua scelta finale.
Bello, forte, senza mezze misure.
Mirabile la sequenza del vestito da sposa.
"Il mio corpo. Il suo. La pelle ha finalmente riavuto ciò che la mente aveva deciso di toglierle. Di nuovo la sua bocca, i suoi occhi, le sue mani. Le sue mani"
Ti do i miei occhi -2003
Regia: Iciar Bollain
Cast: Laia Marul, Luis Tosar, Candela Peña, Rosa Maria Sarda
Un abbozzo di metacinema, con flash su corti di Buster Keaton e altri pezzi da museo, che ci riportano alla Torino d’inizio secolo, alle manifestazioni patriottiche del 1911, all’amore come fiamma di passione che si spegne immediatamente. Tutto ciò con stralci di pellicole originali e l’accompagnamento del perfetto Silvio Orlando come voce narrante.
Non amo il narratore fuori campo, normalmente è la toppa alla pecca del regista di non riuscire a far “significare” le immagini e la sceneggiatura… ma in questo racconto è un omaggio alle origini del cinema, una sottolineatura della storia della settima arte.
Martino [Giorgio Pasotti] è perfettamente silente: è stato capace di rendere lo stupore e la fatica di agire di questo dolcissimo custode del Museo del Cinema di Torino, sito dentro la Mole Antonelliana. La sua vita, ispirata al Maestro Buster Keaton, è punteggiata da routine ed emozioni fortissime che si alternano e lo lasciano scombussolato.
Un film dolce, tenero, delicato, certo non un capolavoro ma un omaggio al cinema e alla capacità di far sognare.
Dopo Mezzanotte - 2003
Regia: Davide Ferrario
Cast: Francesca Inaudi, Giorgio Pasotti, Francesca Picozza, Fabio Troiano