In motorino, io proprio adoro andare in giro in motorino per Milano… cosa ci posso fare, sono una persona dalle semplici soddisfazioni… in motorino sono andata fino a Corso Vittorio Emanuele per vedere La mala educación…
Non ho molta voglia di spendere parole… direi che il film mi è piaciuto, i titoli di testa sono davvero belli, l’ambientazione anche, alcuni personaggi cesellati bene, altri un po’ troppo superficiali, la trama interessante e affatto noiosa.
Un Almodóvar che torna ai vecchi tempi, ai film meno morali e più provocatori, alle tematiche della paranoia, della malattia, della schiavitù a qualunque tipo di droga, morale o fisica.
Le conseguenze dell’amore... venerdì sera, ore 23... Monchshof in bottiglia... saltata la cena per prendere la bici e, nonostante la caviglia faccia un male cane, arrivare all’Eliseo... due ore passate con il piede in testa a quello che stava nella fila davanti... strani verso gutturali da una stazione che non sono sicura essere Radio Popolare... il cliché del milanese... con un paio di cellulari sul tavolo della cucina, ché son qui col portatile per non fumare in camera.
Le conseguenze dell’amore è già un gran bel titolo, ma il film è meglio.
Il protagonista, Titta Di Girolamo, vive da otto anni recluso in un lussuoso e retrò albergo in Svizzera. Insonnia, eroina, noia, poche parole e alcune ambiguità. La sua vita è ferma nella melma tranne un paio di volte alla settimana, quando si trova una valigia in camera, che deve trasportare in un altro luogo, o quando, una volta la settimana, con metodica e accanita ricorsività, infila un ago nel proprio braccio. A fare da barriera fra lui e il resto del mondo,le sue sigarette e una splendida e “modiglianesca”barmate, tutto il resto sta fuori: la moglie e i tre figli grandi, il fratello chiacchierone e ancora ragazzetto, nonostante i 40 anni, una coppia di anziani clienti dell’albergo, il direttore dello stesso.
Il lago, la svizzera, l’inverno, l’umido, le atmosfere vellutate dell’albergo, i colori, alcuni movimenti di macchina forse non innovativi ma certamente affascinanti... tutto partecipa a coinvolgere lo spettatore e a lasciare che i suoi occhi e le sue orecchie viaggino libere fra lo schermo e se stesso.
Alcune ironie che all’inizio del film sembrano “stonare”, ma che danno un ritmo alla narrazione per tutta la durata della pellicola e alcune figure marginali accennate alla perfezione, come la cameriera d’albergo e le sue malinconie.
Le musiche sottolineano i momenti di inattività allo stesso modo in cui enfatizzano le sequenze di azioni sincopate.
Al solito Anteo davano il solito film con Lo Cascio… che poi a me piace, ché nei I 100 passi mi ha fatto piangere.
Una storia d’amore, semplice, dal trailer si capiva anche, ma era interessante l’idea del meta-cinema… un film sulla realizzazione di un film… i personaggi duplici e paralleli degli attori.
Ma Piccioni ad un certo punto diventa schiavo delle similitudini... e la trama si semplifica… fin troppo.
Due attori che si incontrano sul set e la loro difficoltà di avere una storia, le singole caratterizzazioni dei personaggi sono molto interessanti, facile riconoscersi in lui o in lei, ma senza arrivare a stereotipi banali… solo che l'intreccio proprio non regge… e il finale è veramente da incubo.
Piccioni è il regista di Luce dei miei occhi e Fuori dal mondo…. Ma qui semplifica fin troppo le tematiche a lui care.
La vita che vorrei – 2004
Regia: Giuseppe Piccioni
Cast: Sandra Ceccarelli, Luigi Lo Cascio, Galatea Ranzi, Roberto Citran