Cinema in tre, io Paolo ed Elsa, strani accostamenti di colore: Elsa sembrava una zingarella, e Paolo era nella sua solita mise delle ore 20: ancora da avvocato. Io al solito, la mia squallida e “milanese” mezza misura.
Cinema Brera, primo spettacolo.
Di martedì non c’è nessuno: solo io ho la tessera AGIS?
In ogni modo sono uscita dal cinema naturalmente scossa e naturalmente incazzata. Prima di tutto con Michael Moore, che, alla fine, usa i cadaveri dei bimbi iracheni per fare campagna elettorale per Kerry che, diciamolo, sarà anche meglio di Bush, ma è sempre un candidato alla presidenza americana, quindi un santo non è di certo. In più fa troppo il giullare con stacchetti ridicoli e citazioni filmiche di vecchi classici…
In secondo luogo, inevitabilmente, incazzata con le amministrazioni americane degli ultimi 400 anni. Insomma, niente di nuovo nei contenuti del film di Moore, niente che non sapessimo già tutti.
Solo che ribadiamo di essere una razza, quella umana, con istinti di autodistruzione e con un egoismo talmente intrinseco da sorpassare l’istinto di conservazione. La guerra è funzionale alla stabilità del sistema economico e politico, allo stesso modo in cui lo è la paura, quella paura che i governi stanno alimentando in tutti i paesi occidentali, guidati, certamente, dagli USA.
Parlavo con Paolo di Forlì l’altro giorno e gli ho detto che mi vergogno che alla luce di tutto ciò noi siamo in guerra a fianco di quel figlio di papà di Bush, e lui mi ha risposto che questi son discorsi da bar [cosa che condivido], e che Berlusconi mica ha deciso di fare lui la guerra [ecco questo lo condivido meno]… e dire che a lui il film di Moore è piaciuto più che a me… ma quando si vota Berlusconi poi non si capisce più nulla, destabilizza emotivamente e mentalmente.
Moore lo conosciamo tutti, non sto a fare la filmografia, ma l’altro giorno, alla Stecca, ho visto una puntata di The Awful Truth, il suo documentario per la tivvù… e, insomma, fa un po’ troppo il buffone anche lì…
Fahrenheit 9/11 – 2004 Regia: Michael Moore Cast: Michael Moore Min: 122
Kitano forever****
Era da tempo che non mi divertivo così al cinema. Non nel senso di ridere davanti ad una commedia, ma di godersi davvero ogni fotogramma del film, stupirsi per le trovate di regia, per gli effetti speciali, per la recitazione, la fotografia. L’ultimo film di Kitano mi ha dato questo.
Sorridevo, come una pazza, anche durate le scene più violente.
La musica, il ritmo del film, in perfetta sintonia. Le facce degli attori, l’esplorazione culturale e quella interiore. Kitano biondo e cieco.
La trama è semplice, una sorta di “Gli Intoccabili” giapponese. Ma la composizione del film è geniale: miscela 4 storie che si svolgono l’una con l’altra alla perfezione. Storie di povertà, violenza, faide familiari, gioco d’azzardo, follia, comicità, omicidio, suicidio. Amore.
Come sempre Kitano stupisce. Dopo Dolls ero rimasta un po’ interdetta, lo avevo trovato perfetto ma gelido. Mentre in questo Zatoichi c’è un calore che travolge. C’è la passione del regista per la sua gente e le sue tradizioni, per la povertà ed il lavoro. C’è il surrealismo di un regista che ha sempre saputo mescolare alla perfezione realtà e fantasia, violenza e dolcezza.
21 Grammi mi è piaciuto, molto. Me lo avevano presentato quasi tutti male, anche quelli di cui normalmente mi fido. Lo hanno definito manierista, triste, vuoto, freddo. Beh, io l’ho trovato manierista, ma molto più caldo e passionale di Amores Perros. Molto più vicino, molto meno patinato, a livello emotivo, almeno. Il film è girato bene, la fotografia è ottima; in complesso è formalmente molto più “avanti” del film precedente, ma questo non lo rende per forza più freddo. La colonna sonora, ancora di Gustavo Santaolalla, è sì molto simile a Amores Perros, ma si amalgama così perfettamente con le immagini che ci si chiede cosa sia nato prima [‘che poi io non lo so come funzionano queste cose]. In ogni modo… è un film che parla di morale, di amore e morte, di sentimenti semplici e primordiali, come l’affetto di una madre per il figlio, e di sentimenti malati, costruiti, architettati sopra il cervello dei protagonisti. Un contrasto continuo fra il bene e il male: la famigliola perfetta e quella sconquassata dagli eventi, la violenza gratuita fatta e quella subita, le torte di cioccolata e la cocaina. Tutto così… ed essendo strutturato in brevi frame ambientati in periodi diversi, il contrasto fra queste realtà discordi è ancora più evidente, soprattutto perché rappresentato in ogni singolo personaggio. Credo di essere stata confusa. Fa niente. Per me è chiarissimo.
21 Grams – 2003 Regia: Alejandro Gonzales Inarritu Cast: Sean Penn, Naomi Watts, Benny Huston, Benicio Del toro
Min: 124
Snow and translation***
Per chi non lo sa, perché a Milano non ce n’è, oppure si è svegliato tardi, oggi in campagna c’è la neve. Poca, ma ce n’è. Ieri sera ho fatto il risotto di pesce per S, che il mercoledì cena da me dopo il lavoro al call-center… e poi si va al cine.
Il risotto era buono, assolutamente dietetico e saporito. Il film era delicato, sensuale, ma ci devo pensare ancora un po’. Mi avevano detto che ricorda le atmosfere di Murakami, una cagata. L’unica cosa che ha in comune con Dance Dance Dance è Tokyo. Bill Murray è perfetto, con quella faccia stupita e gli occhi sconsolati; lei, Scarlett Johansson, è il ritratto dell’incertezza. Bella, non la solita bellezza anoressica. Il filo che lega gli eventi è labile, sciolto, e non c’è nessuna insistenza sulla psicologia dei personaggi. Alcune perle di regia che lasciano il segno… e una Tokyo dall’anima inquieta.
Lost in Translation - 2003 Regia: Sofia Coppola
Cast: Bill Murray, Scarlett Johansson
Min: 101
“Poi il Gran Lombardo raccontò di sé [...] ma non gli pareva che fosse tutto lì, credersi un re quando montava a cavallo, e avrebbe voluto acquistare un’altra cognizione così disse, acquistare un’altra cognizione, e sentirsi diverso, con qualcosa di nuovo nell’anima, avrebbe dato tutto quello che possedeva, e il cavallo anche, le terre, pur di sentirsi più in pace con gli uomini come uno, così disse, come uno che non ha nulla da rimproverarsi. [...] - Credo che l’uomo sia maturo per altro, - disse – Non soltanto per non rubare, non uccidere, eccetera, e per essere buon cittadino... Credo che sia maturo per altro, per nuovi, per altri doveri. È questo che si sente, io credo, la mancanza di altri doveri, altre cose, da compiere... Cose da fare per la nostra coscienza in un senso nuovo.” Conversazione in Sicilia di Vittorini [il libro] Sicilia! Di Huillet e Straub [il lungometraggio]. Vittorini mi commuove, sempre, ma ascoltare di nuovo le sue parole davanti allo schermo della mia piccola televisione mi ha davvero toccato. Il film è scarno, semplice, duplice, esattamente come il libro, e ne segue quasi pedissequamente il percorso logico e i dialoghi. Sempre qualcosa sullamorale, come il dialogo con l’arrotino, in cui si affronta la questione della possibilità della lotta di liberazione dal mondo “offeso”. “L’uomo Ezechiele si mise a riepilogare: - Il mondo è grande ed è bello, ma è molto offeso. Tutti soffrono ognuno per se stesso, ma non soffrono per il mondo che è offeso e così il mondo continua ad essere offeso.” Cerco di scrivere altro, ma Vittorini ha già pensato a tutto. È difficile continuare a scrivere che ci vuole una forte spinta verso la comunità, e una sottovalutazione dei problemi individuali, sapendo che domani non sarà cambiato niente. Però qualcosa bisogna fare, perché non basta più sentirsi come un re a cavallo.
Sicilia! - 1999 Regia: Daniel Huillet, Jean-Marie Straub
Un film brutto. In genere io un lato positivo lo trovo sempre: i contenuti di questo film sono molto interessanti, anche se, forse, scarsi. Il film è Piazza delle cinque Lune. Il caso Moro. Già la locandina non prometteva niente di buono, con Il Thriller come sottotitolo e un rivoletto di sangue che attraversa l’immagine principale. Ma io credevo fosse una scelta poco azzeccata. Invece tutto il lungometraggio è poco azzeccato: una regia “alla americana”, dialoghi a dir poco ridicoli soprattutto fra la povera Stefania Rocca e suo marito, situazioni inverosimili e chicche, come i bimbi che cantano “Nella vecchia fattoria” in auto facendo coro col papà. Non solo, una paranoica ripetizione di situazioni simboliche che davvero snerva e una fine da telenovela argentina. Gli interpreti sono davvero sprecati dal copione: un Giancarlo Giannini sacrificato in un ruolo inquietante, costretto a fare espressioni molto significative… di niente, una Stefania Rocca stereotipata nel ruolo del giudice rampante, un Donald Sutherland che forse è l’unico a riuscire ad emergere nonostante gli stupidi dialoghi e le situazioni paradossali.
Insomma, i documenti originali citati, i filmati, gli atti, la ricerca di una verità parallela – ma non troppo - sono assai interessanti, ma avrebbero dovuto occupare maggior parte del film, non solo il ruolo marginale che hanno ricoperto.
Piazza delle cinque lune - 2003
Regia: Renzo Martinelli
Cast: Giancarlo Giannini, Stefania Rocca, Donald Shuterland
Min: 115
Ecco un film decisamente ben fatto. Due ore precise senza intervallo: forte, violento, sono saltata sulla sedia un paio di volte. Ma ne valeva la pena. La storia è semplice: un sobborgo povero di Rio, bande di bambini rapinatori con la pistola che si trasformano in spacciatori, violenza, a volte velata, sentita e non vista, a volte invece sparata in faccia allo spettatore. Naturalmente poi i soliti pensieri, che siamo dei privilegiati, che quel livello di violenza, come è adesso in Sud America, probabilmente lo raggiungeremo anche qui, che ci sono troppe armi in giro, che l'uomo è un animale sanguinario. Banalità.
Cidade de Deus - 2002 Regia: Katia Lund, Fernando Meirelles
Cast: Buscapè, Rodriques, Zè Pequeno, Benè
Min: 130
La cronaca della fuga di Pasolini dal Friuli a seguito di uno scandalo causato da sue relazioni erotico-letterarie con dei minorenni. Lo spunto è per Pasolini L'immoralista di André Gide, che lui vuole trasformare in Il moralista, esaltando la parte vitale delle relazioni con ragazzi e ragazze, come nella cultura greco-romana, vedendo nella gioia l'unica strada morale per la vita.
Il film è bello, con una colonna sonora splendida (nei titoli di testa e di coda la canzone La terza Luna, un capolavoro), e delicato, un po' manierista e non rigoroso, ma alcune scene sono perfette, come l'incontro di Pasolini con gli amici che gli comunicano della sua espulsione dal partito comunista, o la relazione con la madre, mai sfacciatamente edipica, ma assolutamente anomala.
Un mondo d'amore - 2003
Regia: Aurelio Grimaldi
Cast: Arturo Paglia, Guia Jelo Min: 86
Domenica pomeriggio, dopo un’ora di corsa al Parco Sempione e due cotolette, decido di ritornare all’amato Anteo [ché di domenica pago ridotto] per affrontare La terra dell’abbondanza, l’ultima fatica di Wim Wenders. Sala 100 [è una condanna?], piena. Il film mi innervosisce e angoscia. Certo, ci sono delle sequenze sulla paranoia degli americani nei confronti degli attacchi terroristici che sono davvero ridicole, ma anche molto inquietanti: il condizionamento e la propaganda anti-islamici sono davvero sorprendentemente efficaci, e rendere reale il protagonista, marines veterano del Vietnam, invasato e contaminato dalla diossina, non è difficile. È la storia di Lana, ventenne che torna in America dalla missione che il padre dirige a Tel Aviv, con l’unico obiettivo di consegnare una lettera della madre morta al fratello, lo zio Paul. Lana è ospitata in una Missione a Los Angeles e si accorge subito che questa terra dell’abbondanza in realtà è terra di miseria e accattonaggio. Paul, lo zio, invece batte le strade della città alla ricerca di indizi di possibili attentati islamici: segue musulmani per strada, registra filmati e audio cassette, indaga su tutto, attraversando la città con uno scassato e supertecnologico furgone. I due si incontrano eseguono un “caso” insieme.
Da una parte Tel Aviv, le immagini dei funerali israeliani e palestinesi, e dall’altra gli omicidi per strada di Los Angeles, la paranoia tutta americana nei confronti del mondo islamico. Questi due mondi sono uniti da una grande violenza, psicologica e fisica. John Diehl, Paul, interpreta alla perfezione il reduce di guerra [interessante citare nuovamente il Vietnam!] dallo spirito patriottico spiccatamente “malato”. E Michelle Williams non è da meno con la sua Lana, serena e tormentata allo stesso tempo. Il film fila liscio (forse con qualche eccessivo dilungamento) fino agli ultimi 10 minuti, quando un colloquio fra i due protagonisti rivela in due frasi fatte il messaggio del film. Non c’era davvero bisogno: ci vuole più fiducia nella capacità di estrarre significato dello spettatore. Wim Wenders un po’ più “popolare”…
Splendide le musiche, principalmente interpretate da Leonard Cohen.
Land of Plenty – 2004 Regia: Wim Wenders Cast: John Diehl, Michelle Williams, Burt Young
L’ho detto e ripetuto: non ho smesso di piangere per più di 2 dei 125 minuti di questo lungometraggio di Amenábar. Javier Bardem ha vinto la Coppa Volpi a Venezia come miglior attore protagonista… e a ragione: non posso raccontare le peripezie che riesce a fare nell’arco della narrazione, ma è davvero emozionante vederlo steso a letto e contemporaneamente volare sulle montagne e il mare della Galizia.
La trama è nota: Ramon è paraplegico da 27 anni e vuole morire. Sembra un uomo sereno, deciso, ed è difficile mettere in discussione questa sua decisione. Per ottenere l’eutanasia “legale” si fa aiutare da un avvocato, una donna.
Nella sua vita appaiono altre figure: il fratello, la cognata che si occupa di lui, il nipote, Rosa, una donna piena di problemi che decide di ridargli la voglia di vivere.
A differenza de Le chiavi di casa anche se fa piangere non è affatto un film piagnone, ma una storia compatta e coerente, toccante e negativa come fredda e positiva. La fotografia è eccezionale.
Amenabar, oltre al noto The Others, ha realizzato uno dei più bizzarri e sorprendenti film che abbia visto negli ultimi anni: Apri gli occhi****.
Mi rendo conto che su alcuni film si è detto così tanto che non vale più la pena di spendere fiato, ma io scrivo: è diverso.
Che poi il fatto è che l’ho visto, per la prima volta, in sala.
Rassegna del cinema Anteo, il più bello di Milano, sala 100. Circondata da “sciure” politically correct e matricole solo politically.
Tutti ridevano, io non ho riso un gran ché, se si eccettua, a tratti, un riso amaro che mi incupiva il viso.
Un film tutto politica e fotografia: le parole a farne il ricamo.
Quegli stabilimenti termali sono la perfetta fusione di fascismo e decadenza, comunismo e decadenza. Contrasti.
Moretti è un matto, ma la sua “discussione” con Pasolini ha dell’incredibile anche per lui.
Le considerazioni che Michele (Moretti) fa sull'uso delle parole, sono fulminanti: Moretti diventa violento, picchia la giornalista che usa parole "sciupandone" la forma e il contenuto.
E i cartelloni pubblicitari di dolciumi che galleggiano nella piscina, intorno ai quali lui e la sua squadra nuotano, sono una delle cose più simpatiche che abbia visto al cinema ultimamente.
Mi sono divertita, e molto, senza alcuna risata, però.
Dunque, su questa edizione del festival di Venezia preferisco partire con qualcosa che mi è piaciuto davvero poco, per giungere, spero, a vedere il film del Leone d'oro in ultimo...
Kim Rossi Stuart io non l'ho ma visto recitare, figuriamoci se l'ho visto recitare bene, ma di fianco a Charlotte Rampling fa veramente la figura del fesso. Mi sono annoiata e innervosita: il film non pare avere una sceneggiatiura definita, né un messaggio da dare. E' a tratti molto lento e piagnone.
Ma la cosa che mi ha fatto davvero innervosire è il fatto che per un filmetto così si aspettassero un premio...
Il trailer parla di un viaggio, ma quale viaggio????? Neanche la tematica del viaggio è davvero esplorata, per non parlare del rapporto fra padre e figlio, appena abbozzato, e della tragedia che subisce il padre, usata solo come pretesto per due lacrime in più.
Andrea Rossi, il ragazzino, è speciale, ma il film si basa solo su questo. Sembra un bel montaggio di scene girate a caso intorno a lui.
Le chiavi di casa - 2004
Regia: Gianni Amelio
Cast: Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling, Andrea Rossi, Alla Faerovich
Min: 105