Mediometraggio

domenica, 23 maggio 2004

I dolori del giovane Che [I diari della motocicletta]**


I diari della motocicletta è un film per il quale ero negativamente prevenuta... insomma, un film sul Che, che avrebbe raccolto nella medesima sala matricole universitarie con la sua foto stampata sul petto e quarantenni, ex-LC, con spirito nostalgico... insomma, una noia mortale.

In effetti il pubblico sabato sera era più o meno questo, e l’applauso finale lo ha decisamente dimostrato.

Il film non è coraggioso, non aggiunge nulla alla storia di due ragazzotti bellocci in giro in motocicletta e in autostop per l’America Latina, non dice molto di più di quello che si può dire sul viaggio di due giovani in cerca di avventura e dei loro intrallazzi con giovani ed avvenenti sconosciute...

Una pellicola on the road ben fatta, patinata, con una fotografia splendida e la musica di Gustavo Santaolalla, lo stesso che ha curato le musiche di Amores Perros e 21 grammi. Il protagonista Gael Garcìa Bernal, anche egli da Amores Perros, fa del suo meglio, insieme al compagno Rodrigo de la Serna, [davvero eccezionale la sua interpretazione].

Ma il film non affronta in maniera approfondita le tematiche che dovevano essere pressanti nel 1952 in America Latina: la povertà, il capitalismo sfrenato, la situazione dei nativi, tutto questo è appena abbozzato e stereotipato in qualche immagine in bianco e nero che “ferma” le situazioni di maggiore disagio e in un discorso superficiale sull’anima unica dell’America Latina fatto dal giovane Ernesto durante il soggiorno in un lebbrosario...

Manca lo spirito in questo film.

Il regista, Walter Salles, dopo il suo Central do Brasil poteva fare molto di più: produzione americana, di Robert Redford, un cast eccelso, molto soldi a disposizione, ma non il cuore.


The motorcycle diaries – 2004

Regia: Walter Salles

Cast: Gael Garcia Bernal, Rodrigo de la Serna

Min: 126

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usa


venerdì, 21 maggio 2004

Prendi i miei occhi [Ti do i miei occhi]****


 

È la frase che i due amanti si dicono a letto, durante il sesso, ti do le mie labbra, ti do le mie gambe, ti do i miei capelli, ti do la mia pelle, ti do i miei occhi. E proprio i suoi occhi Pilar vorrebbe dare a suo marito Antonio, perché lui sia in grado di vedere se stesso con gli occhi della moglie, gli occhi della paura, quel terrore che fa uscire di casa in piena notte, con il bambino appresso, in pantofole, e scappare a rifugiarsi in casa della giovane sorella.

La storia di Pilar e Antonio, della loro incomunicabilità, della loro passione, del loro amore. E quella della giovane sorella, Ana, che pretende di spiegare la vita a tutti, come se il nostro fosse un mondo perfetto, e della loro madre, vittima, lei prima di tutte, delle angherie di un marito egoista e violento.

Sono stata al cinema con Michele che, uomo, ha subito sostenuto che si tratta di un film maschile, in cui il protagonista è lui, Antonio, con le sue difficoltà ad uscire dalla rabbia, dagli eccessi, con il suo amore profondo e marcio, con la sua malata gelosia, con i suoi tentativi di venirne fuori con la psicoterapia.

Invece, secondo me, è un film femminile, il film di Pilar, che sta a casa ad aspettare che il marito le dica una parole di più, e più dolce, che prende la sua vita in mano e ricomincia a lavorare, che si appassiona dei quadri di El Greco, che impara a spiegare le emozioni di un dipinto. Pilar, con i suoi occhi profondi e spaventati, e la sua sensualità appena velata. Pilar e la sua scelta finale.

Bello, forte, senza mezze misure.

Mirabile la sequenza del vestito da sposa.


"Il mio corpo. Il suo. La pelle ha finalmente riavuto ciò che la mente aveva deciso di toglierle. Di nuovo la sua bocca, i suoi occhi, le sue mani. Le sue mani"


 

Ti do i miei occhi - 2003

Regia: Iciar Bollain

Cast: Laia Marul, Luis Tosar, Candela Peña, Rosa Maria Sarda

Min: 106

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europa, spagna


giovedì, 20 maggio 2004

Dopo Mezzanotte**

 

Un abbozzo di metacinema, con flash su corti di Buster Keaton e altri pezzi da museo, che ci riportano alla Torino d’inizio secolo, alle manifestazioni patriottiche del 1911, all’amore come fiamma di passione che si spegne immediatamente. Tutto ciò con stralci di pellicole originali e l’accompagnamento del perfetto Silvio Orlando come voce narrante.

Non amo il narratore fuori campo, normalmente è la toppa alla pecca del regista di non riuscire a far “significare” le immagini e la sceneggiatura… ma in questo racconto è un omaggio alle origini del cinema, una sottolineatura della storia della settima arte.

Martino [Giorgio Pasotti] è perfettamente silente: è stato capace di rendere lo stupore e la fatica di agire di questo dolcissimo custode del Museo del Cinema di Torino, sito dentro la Mole Antonelliana. La sua vita, ispirata al Maestro Buster Keaton, è punteggiata da routine ed emozioni fortissime che si alternano e lo lasciano scombussolato.

Un film dolce, tenero, delicato, certo non un capolavoro ma un omaggio al cinema e alla capacità di far sognare.

 

Dopo Mezzanotte - 2003

Regia: Davide Ferrario

Cast: Francesca Inaudi, Giorgio Pasotti, Francesca Picozza, Fabio Troiano

Min: 89

postato da cellulosa alle 14:23 | link | commenti
italia, europa

Addicted [The Addiction]****

 

Lo avevo già visto in videocassetta qualche anno fa… ma mai sul grande schermo e in versione originale. Non ricordavo che il tema centrale del film è la nocività dell’autocoscienza, non ricordavo come ci entra Sartre e Nietzche, non ricordavo le citazioni cinematografiche ai noir degli anni ‘40, non ricordavo la faccia di Christopher Walken dopo aver succhiato il sangue alla novella vampira.

Il film è perfetto… davvero… lascia senza fiato la scena della “grande abbuffata”, che è il culmine di un crescendo di ansia da astinenza.

Il lungometraggio, come dal titolo, tratta di dipendenza e droghe, qualunque tipo di droga. È per questo che ognuno si può identificare nell’addicted, ognuno con la sua personale sostanza stupefacente. E quando il narratore sentenzia che l’alcolista beve per dimenticare di essere alcolista è come un pugno allo stomaco.

Difficile seguire un filo logico nello scrivere di questo film, che ha, in effetti, un inizio, uno svolgimento ed un classico finale; ma i contenuti sono messi lì, sparsi per il film, come casuali pezzi di vetro sul pavimento che sai ti taglieranno i piedi, ma tu godi a camminarci sopra. Ogni frase, ogni battuta, ogni espressione rimanda alla fondamentale nullità e inutilità dell’uomo, alla sua sciocca lotta per la consapevolezza che lo porterà solo a maggiore sofferenza, alla violenza implicita nella natura umana.

Immagini dei lager nazisti, degli eccidi eseguiti dagli americani in Vietnam e di tutte le atrocità umane si sovrappongono alla privata violenza della protagonista [una eccezionale Lili Taylor], confondendosi senza ambiguità.

“Pecco dunque sono”

 

The Addiction - 1995

Regia: Abel Ferrara

Cast: Lili Taylor, Christopher Walken, Annabella Sciorra

Min: 82
Note: B/N

postato da cellulosa alle 07:37 | link | commenti (1)
usa





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